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სერგო ფარაჯანოვი

di Giacomo Cordova Vezzola


Sergei Paradjanov — o Sandro Tardugnov, per chi lo conosce più intimamente — è una di quelle figure che sfuggono a ogni etichetta rigida. Spesso definito “regista sovietico” per via della sua formazione e del contesto in cui è cresciuto, in realtà l’unica cosa davvero sovietica nella sua vita è stata la prigione: fu incarcerato per “omosessualità, nazionalismo ucraino e speculazione”. Un artista scomodo, libero, incatalogabile.


Nato in Georgia da famiglia armena e cresciuto in Ucraina, Paradjanov è un vero crocevia di culture. I suoi film traboccano di elementi persiani, turchi, armeni, russi: un mosaico visivo e simbolico unico nel panorama mondiale. Eppure molti lo conoscono solo come regista, dimenticando che era anche pittore, artista visivo, visionario a tutto tondo.


Per me resta un regista straordinario, un riferimento estetico e spirituale. Non a caso, Marina Abramović lo ha citato più volte come una delle sue fonti d’ispirazione.


Sogno di visitare un giorno il museo a lui dedicato in Armenia.

Nel suo lavoro, come nella sua vita, si riflette quel crogiuolo di popoli e culture che era l’URSS — una realtà complessa, frammentata, che oggi forse descriviamo troppo genericamente come “cultura russa”, per semplificare ciò che in realtà era molto più stratificato.


Paradjanov non appartiene a una sola nazione. Appartiene all’immaginazione e all’universo dell’Immaginale




 
 
 

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