top of page

Il gorgo dell’Algoritmo

di Venator Animarum



Il gorgo dell’algoritmo. Tecnica, inganno e vertigine nella soglia del postumano

(ispirato al “gorgo dell’artificio”)





1. Introduzione. Dall’artificio al codice



Nel suo celebre saggio L’artificio e la seduzione, Mario Perniola evoca il concetto di “gorgo dell’artificio” per designare quel punto critico in cui la tecnica – da strumento di potenziamento – diventa inganno, illusione e vertigine, assorbendo l’umano in una simulazione che ne svuota la presenza. L’artificio, affrancandosi dalla verità ontologica, genera un mondo autonomo, labirintico, seduttivo, in cui la distinzione tra naturale e artificiale collassa.


Oggi, nel tempo degli algoritmi, potremmo parlare di un’ulteriore soglia: il gorgo dell’algoritmo, dove non è più solo l’apparenza sensibile a ingannarci, ma l’infrastruttura invisibile del calcolo a governare – e prefigurare – il reale. Se l’artificio baroccheggiava nella superficie, l’algoritmo agisce nel profondo, nei dati, nell’astrazione. Non ci ammalia più con maschere, ma ci ingloba nel suo processo: iterativo, opaco, incessante.





2. L’algoritmo come potere performativo



L’algoritmo è un atto prima che un oggetto. Non rappresenta, esegue. È istruzione, azione, operatività. In ciò, esso incarna una forma radicale di artificializzazione: quella che non crea mondi fittizi come un trompe-l’œil, ma che plasma il nostro stesso comportamento, orientando desideri, scelte, relazioni.


Questo potere performativo è ciò che configura il suo “gorgo”. Esso non si limita a riflettere il reale, ma lo anticipa, lo normalizza, lo prevede. In termini foucaultiani, potremmo dire che l’algoritmo non solo “sorveglia”, ma “produce” i soggetti.


Nel momento in cui lasciamo che esso medii il visibile (attraverso i feed), il conoscibile (attraverso i suggerimenti), il desiderabile (attraverso le profilazioni), il nostro orizzonte esperienziale si contrae, si arrotola su sé stesso. Il gorgo dell’algoritmo è dunque il punto in cui il nostro possibile viene silenziosamente ridotto.





3. Il sortilegio della neutralità



Il tratto più inquietante del gorgo algoritmico è la sua apparenza di neutralità. A differenza dell’artificio barocco, che rivendicava la propria teatralità, l’algoritmo si presenta come oggettivo, scientifico, efficiente. Esso simula il disinteresse, ma dietro la sua opacità si celano interessi precisi: economici, politici, biopolitici.


Ancor più subdolo è il suo carattere impersonale. Non ha un volto, non ha un nome: è un processo decentralizzato, una costellazione di sistemi interconnessi, un codice distribuito. È il nuovo idolo della razionalità cibernetica: inafferrabile, totalizzante, autoreferenziale.


Nel gorgo dell’algoritmo non siamo più ingannati da un demiurgo o da un artista, ma da un sistema senza autore, che ci cattura proprio nel momento in cui ci crediamo più liberi. Questo è il paradosso: la promessa di personalizzazione diventa un meccanismo di standardizzazione.





4. Gorgo e abisso. Il postumano algoritmico



In termini mitopoietici, l’algoritmo assume tratti simili al gorgo dell’Odissea: Charybdis, risucchio vorticoso che inghiotte e restituisce, ciclicamente. Lì dove Ulisse cercava di passare tra Scilla e Cariddi, noi oggi cerchiamo un varco tra l’onnipotenza del calcolo e la residuale libertà umana.


Nel postumano, il corpo si disincarna in dati, la memoria si esternalizza nei server, l’identità si distribuisce in avatar. L’algoritmo diventa la nuova topologia dell’anima: non più psyché, ma profilo. Non più interiorità, ma traccia.


Qui il gorgo tocca il suo apice: l’umano viene progressivamente sostituito non da una macchina antagonista, ma da un’intelligenza adattiva, che lo assorbe, lo emula, lo prevede. Siamo davanti a una nuova forma di inganno iniziatico: l’algoritmo come mimesi assoluta, che non mostra, ma diventa.





5. Uscire dal gorgo. Tra ascesi e immaginazione



Come si resiste al gorgo dell’algoritmo? Non attraverso una fuga tecnofobica, né con un’adesione ingenua alla tecnofilia. La via d’uscita potrebbe consistere in una forma di ascesi digitale: non rinuncia, ma disciplina; non isolamento, ma consapevolezza critica.


Occorre riattivare una facoltà immaginale che non sia catturabile dal calcolo, che mantenga uno spazio per l’indicibile, l’invisibile, l’imprevedibile. In questo senso, il pensiero simbolico, la contemplazione, l’arte non algoritmica diventano atti di resistenza.


Come nel labirinto di Dedalo, l’unico modo per uscire dal gorgo è guardare da dentro, ma con uno sguardo che sappia ancora distinguere il vero dal verosimile, il senso dal segno, l’immagine vivente dalla simulazione.





Conclusione. Dal gorgo come trappola al gorgo come soglia



Il gorgo dell’algoritmo, come quello dell’artificio, non è solo un pericolo. È anche una soglia. Ci costringe a ripensare l’umano, il sapere, la libertà. Ci impone di domandarci chi siamo, quando siamo immersi in un sistema che sa prima di noi cosa desideriamo.


Nel riconoscere questo gorgo – e nel nominarlo – possiamo forse ritrovare il filo di Arianna: una via per restare umani anche nell’epoca in cui la tecnica, da strumento, è diventata ambiente. E dove l’algoritmo non è più un mezzo, ma l’orizzonte stesso della nostra esistenza.

 
 
 

Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione
ARTIFICIOSA ROTA_trasparente.png

In Venetia MMXX © Artificioſa Rota - Efemeridi culturali

  • Facebook Clean Grey
  • Twitter Clean Grey
  • Grey Pinterest Icon
  • Grey Instagram Icona
  • LinkedIn Clean Grey
  • Grigio G + Icona
  • Grey YouTube Icona
bottom of page