“E questi erano tutti gay, signori miei tradizionalisti. Come la mettiamo?”
- Artificioſa Rota

- 14 lug 2025
- Tempo di lettura: 4 min
di Ariel
C’erano una volta trecento guerrieri che combatterono per la libertà, la democrazia e il destino della Grecia. Non a Sparta, non a Termopili, ma a Tebe — e non erano solo compagni d’arme, ma amanti.
Nel suo affascinante e rigoroso saggio Il Battaglione Sacro, James Romm ci racconta la vera storia di un reparto d’élite formato da coppie di uomini legati da vincoli d’amore e valore. Per quarant’anni furono invincibili. Non perché “duri” o “machi”, ma perché il loro legame sentimentale li rendeva disposti a morire l’uno per l’altro. Altro che fragilità: l’amore era la loro forza.
Con fine erudizione e ritmo narrativo, Romm ci porta negli ultimi decenni di libertà dell’antica Grecia, fino alla distruzione di Tebe da parte di Alessandro Magno, rievocando un’epoca turbolenta in cui la democrazia si giocava sui campi di battaglia — e dove la mascolinità non coincideva con l’eterosessualità.
Una lettura che smonta cliché moderni e ci ricorda che la storia, quella vera, è molto più complessa — e libera — di quanto certi moralisti vogliano credere.
Amore e guerra nel Battaglione Sacro di Tebe: storia, eros e virtù militare nella Grecia classica**
Nel corso della storia antica, pochi episodi riescono a sovvertire in modo così diretto le categorie ideologiche e identitarie della contemporaneità come quello del Battaglione Sacro di Tebe. Un’unità d’élite composta da trecento uomini — centocinquanta coppie di amanti — che per oltre quarant’anni fu al centro della resistenza greca contro l’egemonia spartana, incarnando un modello di virtù civica e militare difficilmente conciliabile con molte delle concezioni moderne dell’identità sessuale e del ruolo del desiderio nel contesto bellico.
L’opera di James Romm, Il Battaglione Sacro (ed. Keller), ci restituisce in forma avvincente e documentata la parabola storica, politica ed emotiva di questa straordinaria formazione. Ma il libro è molto più che una cronaca militare: è un invito a rileggere criticamente i nostri pregiudizi sull’antichità, sulla sessualità e sul rapporto tra eros, virtù e polis.
Amore e valore: il legame inscindibile nella tradizione tebana
La testimonianza più autorevole circa la natura del Battaglione Sacro ci viene da Plutarco, nella Vita di Pelopida, dove si legge che «una compagnia fondata sull’amore reciproco avrebbe garantito una coesione superiore sul campo di battaglia, poiché gli amanti si vergognerebbero di abbandonare o deludere i propri compagni». Non si trattava, quindi, di un’eccezione folkloristica, ma di una dottrina fondata su una precisa antropologia politica: l’eros come vincolo di responsabilità e coraggio, non come elemento effeminante o disgregante.
La cultura tebana — e in parte anche quella ateniese — concepiva infatti il legame omoerotico come forza pedagogica e morale. L’amore fra uomini non era semplicemente tollerato, ma in certi contesti idealizzato come forma suprema di educazione al valore (areté). Il giovane amato (eromenos) e l’amante (erastes) formavano una coppia in cui si trasmettevano virtù civiche, disciplina e senso del dovere. Quando questo vincolo veniva trasposto nell’ambito militare, si traduceva in una formidabile forza di coesione e motivazione. L’amore, anziché indebolire l’ordine bellico, ne diventava il fondamento etico.

Un contro-modello alla virilità guerriera spartana
Nel confronto fra Tebe e Sparta — le due principali potenze militari della Grecia del IV secolo a.C. — emerge con forza anche uno scontro tra due modelli di mascolinità. A Sparta, l’educazione militare si basava su una rigida disciplina collettiva e su un’omologazione degli individui al servizio dello Stato. L’affettività era dissimulata, regolata, talvolta repressa. Tebe, al contrario, sviluppò un modello in cui il legame amoroso diventava motore della virtù guerriera.
Questa differenza non fu solo teorica: nel 371 a.C., nella celebre battaglia di Leuttra, il Battaglione Sacro fu determinante nella sconfitta dell’esercito spartano, segnando l’inizio del declino dell’egemonia lacedemone. La vittoria tebana non fu soltanto militare, ma ideologica: dimostrò che un modello basato sull’amore, sull’intimità e sulla lealtà personale poteva prevalere su quello della freddezza e della forza impersonale.
Il paradosso moderno: identità e anacronismo
Eppure, parlare di “omosessualità” nel mondo greco implica un delicato esercizio ermeneutico. Il termine stesso è moderno, e porta con sé una concezione essenzialista dell’identità sessuale che era estranea alla Grecia classica. Per i Greci, le pratiche sessuali non definivano un’identità personale stabile, bensì facevano parte di un contesto di ruoli, età, status sociale e funzione educativa. Tuttavia, questo non significa che l’amore tra uomini fosse “solo” simbolico o pedagogico: esso comprendeva il desiderio, l’intimità e in molti casi anche una forma di esclusività affettiva.
Il caso del Battaglione Sacro è quindi emblematico: si tratta del più esplicito esempio di come eros e philia potessero fondersi in una struttura militare ufficiale, con il pieno riconoscimento della città. Gli amanti non erano marginalizzati, ma celebrati come eroi. E la loro fama era tale che, dopo la distruzione di Tebe ad opera di Alessandro Magno nel 335 a.C., la loro tomba collettiva (la polandrion, riscoperta nel XIX secolo) divenne oggetto di venerazione e memoria pubblica.
Memoria e cancellazione: perché oggi ci riguarda
La riscoperta del Battaglione Sacro da parte di studiosi come James Romm assume oggi un significato più che mai attuale. In un’epoca in cui la retorica nazionalista e il culto della virilità tradizionale tendono a escludere o ridicolizzare le soggettività non eterosessuali, la memoria del Battaglione Sacro rappresenta un antidoto culturale potente. Non si tratta di forzare anacronisticamente la storia in chiave militante, ma di riconoscere che le categorie identitarie sono storicamente costruite — e che il mondo antico, lungi dall’essere un modello monolitico di “mascolinità tradizionale”, fu spesso un laboratorio di forme inedite di relazione, comunità e valore.
Quando Romm racconta le gesta del Battaglione Sacro, non lo fa per “celebrare l’omosessualità” in senso moderno, ma per restituire complessità e dignità storica a un’esperienza collettiva fondata sull’amore, sulla lealtà e sul sacrificio reciproco. Ed è proprio questo che disturba — o dovrebbe disturbare — certi discorsi tradizionalisti: il fatto che la virtù, il coraggio, la gloria e la morte eroica non appartengano a un solo genere, a una sola sessualità, a un solo modello di virilità.
Conclusione
Il Battaglione Sacro di Tebe ci interpella non solo come storici o lettori, ma come cittadini del presente. In un’epoca in cui la memoria è un terreno di scontro ideologico, studiare e ricordare questi “300 amanti guerrieri” significa anche riconoscere che la storia è più vasta, più complessa — e spesso più sorprendente — di quanto le narrazioni dominanti vogliano farci credere.
E allora sì, signori miei tradizionalisti: erano tutti gay. E combatterono per la libertà.
Come la mettiamo?




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