Due aristocratici dell’anima: L’amicizia letteraria fra Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Lucio Piccolo
- Artificioſa Rota

- 6 lug 2025
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di Giacomo Cordova Vezzola
Giuseppe Tomasi, principe di Lampedusa e duca di Palma, e Lucio Piccolo, barone di Calanovella, furono cugini di primo grado per parte di madre: Beatrice (detta “Bice”) e Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò, appartenenti entrambe all’antica aristocrazia siciliana. Lampedusa, nato nel 1896, aveva cinque anni più di Piccolo, che pure aveva il vezzo di togliersene due, forse per mascherare quella lieve ma persistente soggezione nei confronti del più colto cugino.
Nonostante i Tomasi scherzassero definendo i Piccolo “parenti contadini”, tra i due cugini si instaurò fin dall’infanzia un legame profondo, fondato su affinità elettive e una complicità intellettuale che sfociò, negli anni Venti, in una sorta di sodalizio culturale. Palermo, città dai ritmi sonnacchiosi e aristocratici, chiusa alle novità letterarie del continente, fu teatro silenzioso di questa raffinata alleanza spirituale.
Giuseppe Tomasi, dopo aver combattuto come tenente d’artiglieria nella Grande Guerra, riprese gli studi giuridici a Torino, anche se pare non abbia mai conseguito la laurea. Più importante della carriera accademica fu per lui la formazione autodidatta e cosmopolita: la storia europea, il romanzo dell’Ottocento e del primo Novecento, le letterature francese e tedesca – da Balzac a Stendhal, da Mann a Rilke – nutrirono la sua immaginazione e affinarono il suo sguardo storico-morale, destinato a trovare piena espressione solo postumo, ne Il Gattopardo (1958), capolavoro di crepuscolare introspezione e disincanto storico.
Lucio Piccolo, al contrario, scelse una via appartata e quasi mistica. Interruppe gli studi e si ritirò nella dimora di famiglia a Capo d’Orlando, dove avrebbe poi vissuto come un eremita estetizzante, coltivando l’occulto, le scienze esoteriche e una poesia visionaria, franta e musicale, erede del simbolismo europeo e prossima, per certe cadenze, ai “canti orfici” di Dino Campana. La sua poetica esplose sulla scena letteraria solo nel 1954, quando Eugenio Montale, colpito dai suoi versi, lo fece conoscere alla critica nazionale.
Eppure, ben prima di ogni consacrazione, i due cugini intrattenevano un’intensa gara culturale, come ricorda Francesco Orlando, testimone e interprete della loro amicizia intellettuale:
“Io finii col soccombere all’illusione, in pieno, fantasticando, dietro quei due patrizi unici a Palermo, tutta una classe di loro simili colti come loro, per aver divorato a sette anni Molière al posto di Topolino e La tempesta al posto delle favole per bambini”.
Una sfida amichevole, ma aspra, come dichiarava Piccolo in un’intervista televisiva del 1967. I due si punzecchiavano con ironia e ostinazione: Tomasi mostrava la sua superiorità critica, Piccolo rispondeva con trovate bizzarre – come scrivere poesie in arabo – che irritavano e divertivano il cugino. Entrambi cercavano l’assoluto letterario, ma con strumenti diversi: Lampedusa con l’analisi storica e il romanzo come specchio della decadenza, Piccolo con la parola poetica come accesso a mondi occulti e simbolici.
Il loro legame si nutrì anche di scoperte condivise. A Piccolo, ad esempio, si deve l’introduzione di Yeats nelle letture di Lampedusa, quando il poeta irlandese non era ancora premiato con il Nobel. Lampedusa, invece, rientrando in Sicilia dalla prigionia in Ungheria – dove fu internato durante la disgregazione dell’impero austro-ungarico – portò con sé le opere di Rainer Maria Rilke, allora sconosciuto a Palermo. Di lì a poco, la loro cerchia letteraria – ristretta, ma colta – si aprì a Proust e Joyce:
“Sai – raccontava Piccolo – c’è uno scrittore francese il quale per fare due passi da qui a lì impiega dieci pagine”.
Un’ironia affettuosa, certo, ma anche un primo sguardo verso quella lentezza analitica e introspettiva che avrebbe sedotto entrambi, e che Lampedusa saprà rendere con misura e malinconia ne Il Gattopardo. Piccolo, più incline al barocco e all’oscuro, ricercherà invece un’essenzialità quasi mistica, che egli stesso riconosceva come “agognata, irraggiungibile”.
Nel 1930, i due cugini compiono insieme alcuni viaggi in Europa: Londra, Parigi, Vienna. Esperienze che consolidano un sodalizio fondato non solo sulla comune origine aristocratica, ma su una visione letteraria condivisa, fatta di eleganza, memoria e finezza d’animo.
Durante uno di questi viaggi, Lampedusa si divertiva a ridicolizzare affettuosamente il cugino, disegnandone una caricatura come “monsieur Vudressar”, giovane siciliano di provincia alla scoperta del mondo. Ma Piccolo, che conosceva profondamente il carattere del cugino – “molto chiuso in sé, molto profondo” – replicava con dignità e ironia, sfuggendo ai suoi lazzi con la medesima grazia con cui sfuggiva alla mondanità.
Nel loro duello intellettuale si cela, in fondo, la malinconia di un’intera classe sociale – la nobiltà siciliana in disfacimento – e il tentativo, raffinato e solitario, di salvare la propria identità attraverso la letteratura. Lampedusa lo fece con la prosa storica; Piccolo, con l’incanto orfico della poesia. Entrambi seppero convertire l’agonia di un mondo in gesto artistico: ultimi testimoni di un’aristocrazia dell’anima, depositari di una cultura europea che si spegneva nel silenzio del Mediterraneo.





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