Cultura islamica: una riflessione… intervista al prof. Massimo Campanini

Aggiornato il: 3 dic 2018


di Giacomo Cordova



Da diversi anni ormai, forse ancor più in seguito agli attentati terroristici che hanno sconvolto il mondo, si parla molto spesso di Islam, soprattutto in politica. Se ne parla ovviamente in molti modi, conoscendone però davvero poco la cultura, o forse sarebbe meglio dire le molteplici culture che sono nate da codesta religione. Ho iniziato ad interessarmi della suddetta materia nemmeno poi così tanto esotica, e tale curiosità è stata un’occasione che mi ha portato ad intervistare il sociologo e orientalista Massimo Campanini, tra i massimi studiosi di Islam e Medio Oriente del panorama intellettuale contemporaneo. Sono riuscito ad invitarlo a tenere un'interessante conferenza al Festival di Rinascimento Culturale.



• Medioevo e Rinascimento sono stati periodi storici fortemente caratterizzati da guerre e conquiste, ma oltre a distruzioni scismi e divisioni sono state date al mondo solide basi culturali. Con motivazioni economico-commerciali, politiche e religiose, iniziarono a fiorire le arti in tutto il loro splendore, e un notevole sviluppo fu possibile anche in campo scientifico e tecnico, ove si raggiunsero picchi ragguardevoli di crescita, in un'evolversi delle società di allora, nel pieno del loro dinamismo.

Oggi, si potrebbe dire che la situazione mondiale rischi di degenerare, in questo “ristagno globale”, non aprendosi, il mondo ormai fortemente globalizzato, a un dialogo fra le culture delle varie e diverse civiltà, e rischiando una deriva di matrice simile a quella delle guerre di religione?


CAMPANINI: Il periodo cosiddetto rinascimentale in Europa (XV-XVI secolo) segna il riflusso dell’Islam che, dopo aver raggiunto il culmine della sua civiltà tra X e XI secolo, inizia una parabola di decadenza caratterizzata da minore vivacità e originalità culturale, da maggiore rigidità dogmatica e da un mancato sviluppo economico. Storicamente deve essere del tutto abbandonata la tesi di Henri Pirenne (in Maometto e Carlomagno) come hanno dimostrato storici illustri da Maurice Lombard a Roberto Lopez: gli interscambi culturali, scientifici, economici e perfino artistici tra mondo islamico e mondo europeo furono per secoli intensi e fecondi. Col Rinascimento si ha invece una frattura e comincia quell’ “oblio dell’islam da parte dell’occidente” (come l’ho definito in un mio articolo in Pensare il Medioevo, Mondadori 2010) che si è poi trasformato in vero e proprio rifiuto. Già Petrarca affermava di “odiare (sic!) gli arabi”, ma poi progressivamente la cultura umanistica respinse il retaggio arabo-islamico come alieno e pervertito e il crescendo è stato assordante fino al mito del dispotismo orientale illuminista, fino al “Mahomet ou le fanatisme” di Voltaire. Sebbene per tutto il Cinquecento, Avicenna e Averroè continuassero ad abitare nelle biblioteche e nelle università europee, nonostante l’apertura mentale di Goethe, la cultura europea cancellò il riconoscimento di una parte almeno delle proprie fonti. E’ da dire che il rifiuto è stato per lo più unilaterale: il mondo islamico, sia quello classico che si imbevve di religiosità abramitica e di filosofia greca, sia quello alle origini della modernità, nel XIX secolo, fu quasi sempre aperto ad accogliere le novità del sapere “altrui”. Del resto, per l’Islam Gesù Cristo è un grande profeta, uno spirito di Dio nato da Maria Vergine. Al contrario, la cultura euro-occidentale ha sempre rifiutato l’islam, disconoscendo perfino la sincerità dell’esperienza umana di Maometto (let alone quella profetica), traducendo il Corano per puro spirito di apologetica e di confutazione, condannando Maometto come un mentitore scismatico (Dante). Certo, non sono mancati gli Adelardo di Bath che ammoniva a cercare il sapere presso i saraceni, o gli ecumenici come Abelardo, ma si è trattato di casi sporadici e isolati. La storiografia contemporanea (basta pensare a De Libera) ha rivalutato il ruolo dell’islam nel pensare dell’età formativa dell’Europa moderna, ma finché non si insegnerà, a partire dai più bassi livelli delle scuole, che le origini dell’algebra e della chimica sono arabe, che parte cospicua delle novità, come la commenda, che hanno permesso lo sviluppo capitalistico europeo sono arabe, che l’islam è una religione d’occidente (questo il titolo di un mio libro che sarà pubblicato da Mimesis nel marzo 2016), il dialogo delle culture sarà impossibile. Non si dialoga tra le culture senza conoscenza reciproca: e se a Mecca ci sono i McDonald’s (e ci sono!) perché non ci devono essere minareti in Occidente?



• L’Islam, come tutte le religioni, pur nella severa rigidità che ne caratterizza la natura religiosa, non presenta al suo interno dogmi che incitano alla violenza contro il Prossimo.

Più volte si sente parlare di "pericolo islamico", associato al terrorismo e non solo.


CAMPANINI: Non v’è dubbio che l’islam contemporaneo ha conosciuto negli ultimi decenni una radicalizzazione che ha raggiunto il limite del terrorismo. Ma è disinformazione e malafede, come fanno Oriana Fallaci o Magdi Allam passando per Feltri e Hirsi Ali, attribuire tutto questo a un’intrinseca barbarie dell’islam e del suo Corano. Leggendo i libri di Fallaci ci si accorge immediatamente che l’autrice il Corano non l’ha neppure aperto e che parla a vanvera per partito preso; Allam e Feltri citano versetti coranici con precisione, ma solo quelli che fanno comodo alla loro tesi, trascurando del tutto altri testi pur espliciti e la contestualizzazione che magari invocano per altri documenti. La disinformazione – voluta, sciente, programmata per realizzare nei fatti il disegno huntingtoniano dello scontro di civiltà (non abbiamo abbastanza paura) – nasconde che anche il jihadismo ha motivazioni e cause. Certo, parte di queste motivazioni risiedono nella lettura distorta ed estremizzata delle fonti che fanno moltissimi teorici del jihadismo. Come se un gruppo fondamentalista ebraico citasse il solo Deuteronomio che incita a sterminare fino all’ultimo essere vivente le popolazioni sottomesse (Dt., 2, 34; 3, 6; 7, 1-4, ecc…e si vedano anche i Numeri o la stessa Genesi) dimenticando il Cantico dei cantici per giustificare un attacco terroristico. Ma la storia è fin troppo piena di strumentalizzazioni delle religioni per fini politici, ebraismo e cristianesimo in prima fila insieme all’islam per non parlare di induismo o buddhismo, per non essere tormentati dal sospetto che un po’ di colpa le religioni stesse la debbono avere. Tuttavia non si comprenderà il fenomeno del jihadismo se non si ripercorrerà la storia del colonialismo e della servitù intellettuale e politica cui sono stati sottoposti i popoli musulmani, se non si terrà in conto che per decenni i paesi musulmani sono stati governati da élite indigene tiranniche e sfruttatrici (del tutto laiche! o addirittura anti-islamiste) sostenute dall’occidente che predica la democrazia a proprio uso e consumo, che le società civili dei paesi musulmani sono state soffocate nella libertà di espressione (e non certo dagli islamisti, ma da dittatori sedicenti socialisti o democratici col beneplacito di potenze neo-coloniali vecche e nuove). Il ritorno esasperato all’identità islamica da parte di minoranze che usano la lotta armata è dunque l’esito di un imbarbarimento di una guerra asimmetrica, che proprio perciò usa l’arma del cosiddetto “terrorismo” (come se il terrorismo fosse una strategia o un obiettivo, mentre è solo una tattica e uno strumento).



• Averroè, Avicenna, e molti altri... anticamente l’Islam ha goduto di grandi intellettuali, filosofi, scienziati, medici, letterati e artisti, personalità fra le più aperte, anche ad altre culture. Queste figure andavano oltre la conoscenza e la mistica islamiche, per spaziare ad esempio attraverso gli studi classici. 

Quale ruolo potrebbero avere per la memoria collettiva, la rivalutazione e la ripresa di questi illustri personaggi, e quali altre figure importanti dell’Islam, poco o nulla conosciute in Occidente, dovrebbero essere invece totalmente rivalutate come importante testimonianza culturale?


CAMPANINI: Lo stesso mondo intellettuale musulmano contemporaneo ha bisogno di riscoprire l’eredità degli Avicenna e degli Averroè, dei al-Ghazali e degli Ibn Khaldun. Certamente, a mio avviso, uno dei motivi che hanno inaridito la fonte creativa dell’islam è stata la sovraeminenza del diritto sulle scienze della natura e sulle scienze speculative come la filosofia. L’elefantiasi della giurisprudenza, venerata per i suoi fondamenti rivelati, provoca tutt’oggi chiusure che rendono faticoso il cammino verso la conquista di alcuni diritti, come quello della parità di genere, o la moratoria o abolizione di alcune penalità, come quelle corporali. Il nodo centrale, a mio avviso, è la riattivazione di una ermeneutica aperta del testo sacro, come facevano al-Ghazali Avicenna e Averroè, riscoprendo quella volontà di far parlare il Corano nella sua infinita ricchezza tematica oltre le rigidità del letteralismo e della venerazione degli antichi, di quell’utopia retrospettiva che fossilizza lo sguardo di molti musulmani all’epoca irripetibile del Profeta. Per questo, nell’intelettualità arabo-musulmana contemporanea si assiste a un ritorno ad Averroè ed Ibn Khaldun: qualcosa di simile al ritorno al tomismo da parte della Chiesa cattolica alcuni decenni fa. Questo ritorno deve essere alimentato attraverso lo scambio culturale anche con l’occidente, superando i potenziali steccati dell’interpretazione essenzialista dell’islam à la Bernard Lewis.



Per approfondire: Islam e politica, di Massimo Campanini, Editore Il Mulino, Bologna 2015



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