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Abbiamo amato abbastanza?

di Paolo Veronese da Toscolano-Maderno


Il rumore di chi mastica una mela

è pari e forse più di una pagina che s’accartoccia

nel gioco delle fiamme – e dice tutto è consumazione

e dice, in un verso che si sgretola – tutto è nutrimento


torsolo e cenere, abbiamo amato abbastanza?


abbiamo desiderato, masticato e scritto, perché il tocco

venisse vampa e fumo, perché la terra e il cielo

si unissero nel canto.


Abbiamo amato abbastanza?


Magritte - La Stanza d'Ascolto (La chambre d'écoute), 1958. Olio su tela, 55 x 45 cm - Menil Collection, Houston, Texas, USA
Magritte - La Stanza d'Ascolto (La chambre d'écoute), 1958. Olio su tela, 55 x 45 cm - Menil Collection, Houston, Texas, USA



Il mistero della banalità: la mela e lo spazio nell’opera di Magritte


di Giacomo Cordova Vezzola



Nel cuore della poetica di René Magritte, l’oggetto banale si carica di un’energia inattesa, trasformandosi in enigma visivo e concettuale. L’amore per l’ignoto, paradossalmente, si risolve in un’adesione alla banalità: non come forma di superficialità, ma come soglia d’accesso al mistero. Conoscere, in questa prospettiva, significa accettare la banalità come superficie opaca, come ostacolo e al tempo stesso punto d’innesco di un pensiero più profondo.


«L’amore dell’ignoto equivale all’amore della banalità»: questa equivalenza apparentemente provocatoria dischiude una riflessione cruciale sull’ontologia dell’immagine. Ogni cosa, in sé, è banale; eppure, ogni cosa cela un enigma nella sua presenza stessa. Nulla, in fondo, rivela ciò che la lega ad altro – nessuna associazione tra oggetti dissimili è mai sufficientemente esplicativa. Così, l’esperienza estetica si consuma nel confronto con ciò che resiste alla lettura, con il “comune” che si svela in tutta la sua enigmaticità.


Un esempio emblematico di questa poetica si ritrova in La chambre d’écoute (1952), dove una gigantesca mela verde riempie interamente lo spazio di una stanza. L’oggetto più comune, domestico, addirittura innocuo, si trasforma in un’inquietante presenza che toglie il respiro. Come osserva David Sylvester, si tratta dell’“immagine magrittiana più pura dell’ingrandimento”: la stanza è invasa, l’accesso negato, lo spettatore respinto. La mela – spiega – «è un invasore, una forza militare d’occupazione, un occupante a tutti i costi». L’effetto visivo è claustrofobico: non vi è scampo, né distanza.


Eppure, il titolo del dipinto suggerisce un’altra chiave interpretativa. “La camera d’ascolto” richiama l’idea di uno spazio acustico, di un ambiente attraversato e definito dalla propagazione del suono. Qui, l’immagine lavora per analogia: la mela, monocroma, opaca, assolutamente muta, si fa paradossalmente veicolo di un’idea sonora. Magritte sembra tradurre la saturazione acustica in saturazione cromatica, la vibrazione del suono nel peso statico dell’immagine.


Questo cortocircuito percettivo – fra il visibile e l’invisibile, fra il banale e il misterioso – è il luogo privilegiato in cui opera Magritte. La mela, che in altri contesti iconici dell’artista (si pensi a Le fils de l’homme) è già maschera, ostacolo, simbolo e antisimbolo, qui diviene forma assoluta: non rimanda a nulla se non alla sua pura presenza, e proprio in questa ostinata autoreferenzialità si apre allo sguardo come enigma. Essa non si lascia spiegare, ma solo osservare, nella sua presenza incongrua e totalizzante.


In definitiva, la mela magrittiana incarna l’essenza stessa del pensiero surrealista: la tensione verso l’ignoto non attraverso il fantastico o lo straordinario, ma attraverso l’irruzione del banale nell’ordine del visibile. È nel mistero delle cose comuni che si cela il vero perturbante.


La mela riempie la stanza, ma ciò che davvero soffoca è la consapevolezza che l’enigma non risiede altrove, bensì nel cuore stesso della realtà quotidiana.


 
 
 

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