MICHAEL’S GATE, IL MONUMENTO CHE VUOLE RESTITUIRE UN NOME AI CADUTI
- Artificioſa Rota

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ex Venator Animarum
ROMA — Ci sono monumenti che ricordano i caduti. Michael’s Gate, concepita da Hypnos — Gilberto Di Benedetto — prova a immaginarne uno diverso: un monumento al sangue dell’umanità che diventa anche una domanda concreta rivolta alle istituzioni militari. Quando un soldato muore e il corpo è distrutto, frammentato o irriconoscibile, come possiamo essere certi di restituirlo alla sua famiglia? È un problema reale, affrontato da decenni dalla medicina legale internazionale. INTERPOL considera DNA, impronte digitali e odontologia strumenti fondamentali per arrivare all’identificazione, attraverso il confronto sistematico dei dati ante-mortem e post-mortem. Nei casi più complessi, quando il corpo è gravemente danneggiato, il DNA può diventare decisivo. La letteratura scientifica lo considera infatti uno dei metodi principali per l’identificazione delle vittime e dei resti umani, soprattutto quando gli elementi tradizionali non sono più sufficienti. È da questa realtà che nasce la proposta legata a Michael’s Gate: studiare la possibilità di una banca genetica di riferimento del personale militare, costruita esclusivamente secondo procedure volontarie o comunque secondo una specifica base giuridica, con rigorose garanzie di sicurezza, riservatezza, consenso e limitazione delle finalità. Non si tratterebbe di inventare la genetica forense, ma di portare nella fase preventiva un principio già riconosciuto dalla comunità scientifica: disporre, quando possibile, di un campione ante-mortem attendibile per poterlo confrontare con il materiale biologico recuperato dopo la morte. Le raccomandazioni internazionali sulla genetica forense sottolineano proprio l’importanza della preparazione, della raccolta e conservazione dei campioni, della qualità dei dati, della gestione informatica e della catena di custodia. La differenza sarebbe tutta nella finalità. Non controllare il militare, ma riconoscerlo quando non sarà più possibile riconoscerlo attraverso il volto. Non utilizzare il DNA come strumento di sorveglianza, ma come ultimo legame scientifico tra una persona e il proprio nome. L’ICRC considera l’identificazione dei resti umani una questione tanto scientifica quanto umanitaria e, nei conflitti armati e nelle altre situazioni di violenza, riconosce l’utilità dell’analisi del DNA per l’identificazione delle persone scomparse, richiamando al tempo stesso la necessità di procedure rigorose e di una corretta gestione delle informazioni. La ricerca mostra inoltre quanto possa essere difficile intervenire dopo un evento catastrofico: i resti possono essere bruciati, frammentati, degradati o mescolati e il recupero di materiale genetico può diventare tecnicamente complesso. Studi di medicina forense hanno però dimostrato che, anche in condizioni estremamente difficili, procedure appropriate di campionamento possono produrre profili genetici altamente informativi. È qui che Michael’s Gate cambia significato. Non sarebbe un monumento alla guerra, alla vittoria o alla potenza militare. Sarebbe un monumento a chi dalla guerra non è tornato. Il sangue dell’opera diventerebbe simbolicamente il sangue dell’intera umanità: quello dei soldati e dei civili, degli uomini e delle donne travolti dalla storia. Ma la memoria assumerebbe una forma concreta: fare tutto ciò che la scienza consente perché la morte non cancelli anche l’identità. L’esperienza internazionale insegna, inoltre, che l’identificazione non è mai soltanto un problema di laboratorio. Richiede genetica forense, medicina legale, antropologia, odontologia, gestione dei dati, statistica, organizzazione e una rigorosa catena di custodia. È un lavoro multidisciplinare nel quale la preparazione precedente all’evento può fare la differenza. Per questo, davanti alle autorità militari, l’idea potrebbe essere formulata non come una soluzione già pronta, ma come un progetto di studio e fattibilità: verificare se e come un sistema di campioni genetici di riferimento del personale possa essere istituito, quali garanzie debba prevedere, come proteggere i dati e come integrarlo con le procedure nazionali e internazionali di identificazione dei caduti. La proposta avrebbe così un fondamento scientifico riconoscibile e, contemporaneamente, una finalità profondamente umana. Perché dietro ogni profilo genetico c’è un soldato. Dietro ogni soldato c’è una famiglia. E dietro ogni famiglia c’è qualcuno che aspetta di sapere. La vera forza di Michael’s Gate è allora nel rovesciamento della prospettiva: non utilizzare la tecnologia per rendere la guerra più efficiente, ma per rendere più umano ciò che viene dopo. Il Milite Ignoto rappresenta il sacrificio di chi ha perso il proprio nome nella storia. Michael’s Gate immagina il gesto opposto: utilizzare la scienza perché, quando possibile, all’ignoto venga restituito un nome, a un corpo venga restituita un’identità e a una famiglia venga restituita la certezza. Nessun essere umano dovrebbe essere dimenticato due volte: prima dalla morte, poi dall’identità. È questa la domanda che Michael’s Gate consegna alle Forze Armate: possiamo costruire una memoria che non si limiti a ricordare i nostri caduti, ma prepari già in tempo di pace gli strumenti necessari per riconoscerli e, quando possibile, restituirli alle loro famiglie? Se la risposta sarà sì, allora un’opera d’arte avrà fatto qualcosa di inatteso: avrà trasformato la memoria in una proposta di responsabilità pubblica. Quando sarà possibile, nessun caduto senza nome. Nessuna famiglia senza certezza. Nessun corpo dimenticato.
Per Giacomo Cordova Vezzola





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