Il principe dei silenzi
- Artificioſa Rota

- 26 mag 2025
- Tempo di lettura: 12 min
Aggiornamento: 31 mag 2025
di Gero Casano, ex Pietro Tomasi della Torretta
Ormai da tanti anni, un uomo arrivava al Gran Caffe' Mazara di Palermo, sulla tarda mattinata. Era un signore un po' avanti negli anni, molto distinto e molto silenzioso. Aveva con se' una valigetta stracolma di libri che appoggiava ad una sedia dopo aver salutato i presenti, andava a sedere sempre al solito posto, quindi estraeva dalla valigetta uno o piu' libri, a volte carta e penna, poi ordinava e rimaneva per qualche ora lì, In quello splendido caffè liberty di Palermo. Gli avventori avevano imparato a conoscerlo, sapevano che non avrebbe scambiato con loro quasi nessuna parola, sapevano che l'impenetrabilità di quell'uomo era pressochè inscalfibile. Di lui sapevano solo che era un Principe, discendente di una delle piu' antiche e illustri casate di Sicilia. Quell' uomo era Giuseppe Tomasi XI Principe di Lampedusa, Barone della Torretta, Grande di Spagna di I classe, nato a Palermo nel 1896 da Giulio Maria Tomasi e Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cuto'. Nelle lunghe ore trascorse al tavolino di quel caffe', il Principe di Lampedusa, lontanissimo spiritualmente dai presenti, si immergeva nel suo mondo interiore, nelle sue sterminate letture, e forse riandava con i ricordi ai lontani e felici anni dell'infanzia, in lui ancora presenti e avvolti da un alone d'incanto e di fiaba. Forse, dal caleidoscopio della memoria emergeva l'immagine di un bambino che vagava sorpreso e stupefatto tra le sale e i saloni del grande palazzo in cui da secoli viveva la sua famiglia, rivedeva i giochi che la luce splendente di Palermo compiva tra le grandi tende e le persiane, i grandi lampadari in vetro di Murano, gli affreschi, gli innumerevoli oggetti presenti nelle vetrine, i servizi di piatti in splendida porcellana, le pareti di cuoio del fumoir, gli odori di fieno delle stalle abitate da bellissimi cavalli di razza, gli
staffieri e i cocchieri in livrea, le splendide carrozze. Tra una cassata e una sigaretta chissà se rivedeva anche la meravigliosa dimora degli avi materni a Santa Margherita Belice nella quale trascorreva le estati: una vera e propria reggia che al suo interno custodiva tra l'altro un gioiello, ovvero un teatrino del settecento ricco di stucchi e dorature. Accanto al palazzo poi sorgeva un parco enorme, ed era fantastico per il piccolo Giuseppe smarrirsi lì, tra gli enormi ficus, i pini secolari, i fiori carnali e profumatissimi, i giochi d'acqua delle fontane. Insomma, un piccolo paradiso che distava quattordici ore di viaggio da Palermo: un'odissea interminabile attraverso l'immenso e assolato feudo siciliano. Ma alla fine appariva il miraggio reale di quel luogo, dopo aver attraversato quel “deserto di fecondità" - citando Goethe - che sembrava non avere confini.
Ma di quel mondo non sarebbe rimasto nulla, se non il ricordo, tutto sarà spazzato via non solo dal tempo ma anche dalla brutalità della storia. Infatti, nel luglio 1943, una bomba sgangiata da un bombardiere americano durante i feroci bombardamenti che colpirono Palermo, centra in pieno il palazzo del Principe Lampedusa radendolo al suolo. Il Principe era sfollato fuori città e non ne sapeva niente, ma quando vide quelle macerie rimase sotto choc, non parlò più per giorni; qualcosa in lui era morta per semre. Il palazzo di Santa Margherita era ormai stato alienato da tempo, e presto sarebbe stato raso al suolo dal grande terremoto del Belice del 1968. Era la fine brutale dell'infanzia, ma anche la perdita dei punti di riferimento di sempre. Non restò che cercare un'altra casa, fino a trovarla in un illustre palazzo affacciato sullo storico lungomare del Foro Italico, di fronte alla "passeggiata delle cattive" e allo splendido golfo di Palermo dominato da Monte Pellegrino: ma non la sentirà mai sua,quella casa. In ogni caso, li vivrà per il resto dei suoi anni insieme alla moglie: la psicanalista Alexandra Wolff Stomerse, baronessa lettone di origine italotedesca. Si erano conosciuti a Londra negli anni venti, ad un ricevimento voluto dallo zio Pietro Tomasi della Torretta, ambasciatore del Regno d'Italia in Inghilterra. Sarà una compagna di vita straordinaria, dotata di una enorme cultura ma anche di una personalità fortissima, oltre che un'insigne studiosa della mente umana. Tra l'altro potrà vantare una lunga corrispondenza epistolare proprio con il padre della psicoanalisi Sigmund Freud.
Fine prima parte
PARTE II
Tra i pochissimi che ebbero modo di infrangere il muro di riservatezza del principe di Lampedusa e poter vantare un filo diretto con lui ci furono alcuni giovani intellettuali, ai quali volle impartire delle lezioni di letteratura inglese e francese. Tra di essi, ci sarà il futuro figlio adottivo, Gioacchino Lanza Tomasi, oggi affermato critico musicale di fama internazionale; ma anche gli altri, che in buona parte lasceranno Palermo e intraprenderanno brillanti carriere,non dimenticheranno mai quelle lezioni, la profondità delle intuizioni di Lampedusa, il suo acume critico, ma anche i suoi insegnamenti di stile e di vita.
A volte, il Principe spezzava il suo refrain quotidiano, abbandonava momentaneamente il caffe' Mazara e anche le lezioni di letteratura a quei giovani promettenti, prendeva un treno e si recava a Capo D'Orlando, sulla costa tirrenica in provincia di Messina.
Lì, in una villa affacciata sul Tirreno e le Eolie, lo aspettavano i fratelli Piccolo di Calanovella, cugini materni. Presso di loro aveva modo di ritrovare un po' di serenità e forse di rivivere un po' dell'infanzia perduta. Ritrovava Agata, sempre alle prese con le sue ricerche botaniche nello splendido giardino della villa, Casimiro, intento a riprodurre in acquarelli le magiche creature notturne che popolavano la villa e che lui aveva il privilegio di vedere e, soprattutto, Lucio, il poeta. Solo con lui poteva dissertare di letteratura alla pari, impegnandosi in un duello che vedeva trionfare ora l'uno ora l'altro sulla scoperta di sempre nuovi autori e sempre nuovi testi. Un giorno, Lucio lo invitò a venire con lui ad un grande convegno letterario in nord Italia, al quale era stato invitato da Eugenio Montale in persona. Montale, il più grande poeta italiano vivente, era rimasto letteralmente stregato dalla poesia di Lucio e voleva assolutamente conoscerlo. Andarono insieme al convegno, e la loro apparizione presso tutti quei nomi altisonanti della letteratura rimase agli annali. Quei due gentiluominni siciliani suscitarono simpatia e curiosità generale, sembrava davvero venissero da un altro tempo. Al ritorno in Sicilia, il Principe di Lampedusa prese una decisione che andava maturando già da diversi anni, ma che aveva sempre rinviato: scrivere un romanzo. Lo stimolo definitivo glielo diede proprio quel convegno in cui potè constatare il successo inaspettato del cugino, senza contare i personali complimenti e l'attestazione di stima che Lucio aveva ricevuto da Montale in persona ! Perché lui avrebbe dovuto esser da meno? Del resto, il materiale su cui scrivere lo aveva già, era un bagaglio enorme di sensazioni, colori, sapori, che custodiva gelosamente in sè fin dalla lontana infanzia: il palazzo perduto, la grande dimora di Santa Margherita Belice in cui trascorse le estati felici della sua giovinezza, il viaggio interminabile che occorreva per raggiungerlo... e poi i volti dei cari che conobbe e che ora non c'erano più, la consapevolezza del tramonto di un intero mondo, lo scorrere ineluttabile del tempo e della storia... Da quel viaggio con il cugino tutto questo stava come riprendendo vita, tutto il suo mondo interiore era come in fermento e in maturazione. Da una lunga e travagliata gestazione stava per nascere "Il Gattopardo": uno dei capolavori della letteratura mondiale.
PARTE III
Seduto al Gran caffe' Mazara di Palermo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa pensava a tante cose. Al viaggio con il cugino Lucio per incontrare Montale, al romanzo che aveva deciso di scrivere, alla Sicilia e alla sua storia, alla sua classe sociale destinata all'estinzione, ai suoi antenati. Da tempo aveva ormai compreso di essere il terminale di una storia iniziata ormai oltre mille anni fa, quando Thomaso il Leopardo, fondatore della sua famiglia, nipote dell'Imperatore di Bisanzio, giunse sulla penisola italiana: nacque cosi la stirpe dei Leopardi. Un ramo si stabilì nelle Marche, e dal quel ramo discenderà proprio la famiglia del grande Giacomo Leopardi.?Un altro ramo andò in Campania, e un 'altro in Sicilia, a Ragusa. Da Ragusa, i Tomasi si allontaneranno verso Licata, e infine fonderanno un nuovo paese: Palma Di Montechiaro, tra Licata e Agrigento. E sarà a Palma di Montechiaro che il Principe deciderà di andare, per riannodare definitivamente le fila del suo passato. Non vi era mai andato prima di allora: aveva sempre rinviato, ma adesso sentiva che era giunto il momento. Lì, in pieno Seicento, i suoi avi furono realmente rapiti da una profonda crisi mistica, subito dopo aver fondato il paese; avvennero cosi dei fatti straordinari che rimarranno scolpiti per sempre nella memoria popolare. Ricordava il principe che il Duca di Palma Giulio Tomasi aveva ottenuto dal Papa lo scioglimento del suo matrimonio per prendere i voti, e aveva anche trasformato il suo palazzo in un monastero; ma la stessa moglie del duca decide di abbandonare il mondo secolare e dedicarsi alla vita di clausura. Come se non bastasse, anche gli stessi figli del Duca, detto poi il Duca-Santo, decideranno di seguire questa strada,e tra essi la figlia Isabella, che prese i voti di clausura con il nome di Suor Maria Crocefissa della Concezione, e spicco' tra tutti per l'immenso fervore religioso, che la portò ad essere riconosciuta come Venerabile dalla Santa Chiesa. Di essa si ricorda anche la incredibile lettera che avrebbe ricevuto dal diavolo in persona e che si conserva ancora presso l'Arcivescovado di Agrigento. E proprio alla figura della Venerabile Tomasi si ispirerà per creare la Beata Corbera del Gattopardo.
Quando giunge a Palma, accompagnato dal barone Agnello di Siculiana e dal figlio adottivo Gioacchino, Lampedusa potè vedere da vicino quei luoghi di cui aveva sempre sentito raccontare in casa fin da bambino; si reca presso il Monastero di clausura in cui visse la Venerabile, e dove solo due uomini al mondo possono entrare, ossia il Santo Padre e lui. Assaggia anche gli squisiti dolci per cui le monache di clausura sono famose, quindi si reca alla Matrice dove assiste alla Santa Messa dal posto d'onore riservato ai Tomasi. E intanto, mentre le campane suonano a festa, tutto il paese scende per strada nel tentativo di vedere e incontrare il discendente del Duca Santo e della Venerabile. Da questa visita riceverà un’impressione indimenticabile, che verra' poi trasfusa nel "Gattopardo", e quindi nel fim del grande Visconti. Nella regione delle lettere in cui realtà e finzione si fondono, Palma di Montechiaro la ritroveremo sotto il nome di Donnafugata.
PARTE IV
Nella Palermo del Settecento, la grande aristocrazia si scatenerà in una gara di fasto e splendore. Centinaia di grandi famiglie, giunte da tutta l'isola per stare vicino alla corte dei vicerè, lasceranno i loro feudi per costruirsi nella capitale siciliana le loro dimore, prodigandosi in spese pazzesche pur di avere i migliori architetti, i migliori artisti, i mobilieri più affermati. La carrozza più stupefacente. Anche i Tomasi di Lampedusa capirono che era arrivato il momento di lasciare il loro piccolo regno di Palma di Montechiaro e tuffarsi nella dorata vita palermitana; anche loro non furono da meno nella scelta del palazzo di famiglia, che acquistarono e abbellirono nei pressi della splendida chiesa di Sant’Ignazio all'Olivella. Ma un palazzo non bastava a Palermo: ci voleva anche la villa di campagna in cui trascorrere la lunga estate siciliana. La loro villa i Tomasi decisero di farla sorgere nelle immediate vicinanze del parco reale della Favorita, che ospitava le battute di caccia del sovrano ai piedi di Monte Pellegrino, nella cosidetta "Piana dei colli". La villa divenne subito famosa in città non solo per la sua bellezza, ma anche perchè sede di un osservatorio astronomico, con tanto di cupola e attrezzature della migliore fattura. Lo volle con tutto sè stesso il principe Giulio Tomasi di Lampedusa, che passò poi alla storia come "Il principe astronomo". Oltre cento anni dopo, il suo pronipote Giuseppe Tomasi di Lampdusa lo farà rivivere nelle pagine del suo "Gattopardo", il romanzo che a cui lavorerà in segreto seduto al Gran Caffe' Mazara oppure in casa dei cugini Piccolo a Capo D'Orlando. Nascerà così il celebre Don Fabrizio Corbera di Salina, che poi verrà immortalato sul grande schermo dal grande Burt Lancaster sotto la regia di Luchino Visconti. Nella trasposizione fantastica del romanzo, lo scrittore immagina il suo bisnonno e la famiglia sorpresi dai grandi sconvolgimenti storici del 1860: lo sbarco dei mille, l'avvento del nuovo Regno D'Italia, la fine della dinastia borbonica e la loro fine.
Di fronte al tramonto dei Gattopardi e dei leoni e l'avvento delle jene e degli sciacalli, di fronte al disfacimento di patrimoni immensi, all'opportunismo e al trasformismo degli uomini, ma anche al cospetto del tramonto della propria stessa vita cosa rimane da fare?Forse non rimaneva altra scelta al principe astronomo che rifugiarsi nella certezza delle stelle fisse che sicuramente sarebbero tornate puntalmente la notte successiva. Forse non rimaneva che perdersi lungamente a contemplare la bellezza e la serenità dello spazio infinito che tutte le notti si spalancava dalla cupola dell'osservatorio alla villa. O chiedere, al ritorno da un ballo favoloso, un appuntamento alla fedele stella che riappare sfolgorante tra le luci dell'alba, "un appuntamento meno effimero, lontano da tutto, nella tua regione di perenne certezza".
PARTE V
Concluso il lungo e complesso lavoro di stesura del "Gattopardo" ,il Principe si rimise subito a scrivere. Una nuova storia stava prendendo forma nella sua mente, la sua vena di scrittore scoperta negli anni tardi della vita aveva ormai preso a scorrere copiosa e feconda. Non si arresterà nemmeno dopo la scoperta di un male crudele e incurabile che presto lo avrebbe stroncato, anzi al contrario: Lampedusa scrisse ancora con più vigore e passione.
La letteratura era stata ed era ancora il suo mondo, il suo vero mondo; un mondo sterminato e fantastico in cui lui abitava concretamente, in cui trovava ristoro dalle pene dall'angoscia del vivere… proprio come il suo Don Fabrizio di Salina trovava dimora e quiete negli sconfinati spazi stellari che ogni notte scrutava con il suo potente cannocchiale. Per Lampedusa prima c'erano stati gli infiniti libri letti, ora i tanti libri da scrivere, almeno finchè gli fosse stato consentito dalle sue forze. Ma non avrebbe lasciato questo mondo senza prima consegnare ai lettori il suo ultimo gioiello: Lighea.
Lighea, figlia di Calliope, era una sirena, una meravigliosa sirena che abitava negli abissi del Mediterraneo. Chiunque l'avesse mai vista, come avrebbe potuto dimenticare quella creatura cosi carnale e al tempo stesso spirituale, così donna ma anche cosi legata al mondo sottomarino, al mistero e alla bellezza dell'universo subacqueo?
Un uomo la vide, oltre cinquanta anni prima, in Sicilia, lungo la costa di Augusta. Era una di quelle estati siciliane roventi, e quell'uomo allora era solo un ragazzo. Era stremato da uno studio "matto e disperatissimo", come direbbe il Leopardi: stava preparando un concorso a cattedra per insegnare le lettere classiche. Non ce la faceva davvero più, e così prese la decisione di scendere al mare, di corroborarsi tuffandosi dagli scogli; e fu cosi che la incontrò. Cinquanta anni dopo quell'uomo era a Torino, in una fredda serata d'inverno: fuori c'era una forte nebbia, ma lo attendeva il suo caldo e confortevole rifugio: uno di quegli storici e bellissimi caffe' torinesi che sembrano delle bomboniere, ovattati e scintillanti con i loro specchi e i loro lampadari. La vecchiaia lo aveva reso anche sgradevole nell' aspetto, forse nemmeno si curava più di tanto nel vestire. Ma appena apriva bocca, tutti restavano stregati dal suo eloquio, dalla sua dialettica. Dalla vita aveva avuto tutto, e oggi era considerato il più grande esperto del mondo classico vivente. Era stato anche senatore del Regno, e di certo aveva una vecchiaia scevra da preoccupazioni materiali.
Ma era un uomo solo. Si chiamava Rosario La Ciura, ma per tutti era Il Senatore. Anche quella sera sarebbe rimasto a cenare in quell'elegante caffe' di via Po, all'ombra della Mole. Anche quella sera non avrebbe avuto un commensale, e anche se lo avesse trovato, di cosa avrebbe potuto parlare se non delle solite sciocchezze che avvolgono il banale quotidiano degli uomini? E soprattutto, chi avrebbe mai creduto alla storia che da cinquant'anni serbava nella mente e nel cuore? Mentre era immerso in queste sue amare riflessioni, un incauto giornalista aveva osato disturbarlo. E voleva addirittura un'intervista! Non poteva che mandarlo al diavolo: un'intervista a quell'ora della sera, senza preavviso! E poi chi lo aveva mai visto quello scocciatore? Ma ad un tratto, si fermò. Aveva sentito quell'accento che lo riportava a casa, che sapeva di casa: quel giornalista rompiscatole era anche lui siciliano. Era un giovane siciliano di antica e nobile famiglia, faceva il giornalista per puro spirito d'iniziativa. Molto elegante e di ottima cultura, vagava anch'egli per Torino ed era finito in quel caffè per caso. Aveva visto il celebre professore e senatore e non aveva resistito alla tentazione di intervistarlo. E poi aveva bisogno di distrarsi, una tremenda delusione sentimentale, l'ennesima, lo aveva colpito. E così, inaspettata, nasce questa grande amicizia tra il grande e anziano studioso e senatore e il giovane e brillante intellettuale. Due siciliani nella lontana Torino ogni sera si incontravano a cena e parlavano della loro isola lontana, dei loro ricordi, delle donne e della vita. Finchè per la prima volta il Senatore sentì che era arrivato il momento di raccontare al suo giovane amico di quel fantastico incontro avvenuto tanto tempo prima. Sapeva che sarebbe stato creduto, che non avrebbe considerato quella storia il delirio di un vecchio pazzo. E raccontando si rivide giovane, atletico, pieno di vitalità; come se stesse viaggiando nel tempo e nello spazio, gli sembrava di non essere più in una sera fredda d'inverno a Torino, ma sulla costa di Sicilia, davanti al mitico mare greco tra Augusta e Siracusa. Rivive quel giorno e quel momento in cui gli appare Lei, Lighea, figlia di Calliope, la sirena. Non avrebbe più amato nessuna donna da allora; chi avrebbe potuto anche solo reggere il confronto con quella creatura del mare? Sarebbe rimasto solo, per sempre. Per tutta la vita avrebbe atteso di reincontrarla.
Lampedusa morirà a Roma, lontano dalla sua Sicilia, dalla sua Palermo. Il male incurabile prenderà il sopravvento prima che il "Gattopardo", Lighea e gli altri suoi racconti venissero pubblicati. Non conobbe mai il successo, anzi il suo "Gattopardo" verrà persino rifiutato dall' editore. Non si accorsero di avere tra le mani uno dei grandi capolavori della letteratura mondiale, da cui Visconti ricaverà poi quel film leggendario con Burt Lancaster, Claudia Cardinale e Alain Delon che tutto il mondo ammira. Quell'uomo silenzioso e distinto che ogni mattina arrivava al gran caffè Mazara di Palermo, era davvero l'ultimo testimone vivente di un intero mondo sull'orlo della scomparsa, custodiva dentro di sè un bagaglio enorme di esperienze, umori e sensazioni che presto nessuno avrebbe piu' ricordato. Ma il Principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa, attraverso la sua opera, riuscirà a far vivere il suo mondo per sempre, trasfondendolo nel supremo eldorado dei capolavori universali.
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Non solo Quel che resta dei Gattopardi, per un nuovo diario del Gattopardo




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