Viva Venezia! Poi un'intervista a Salvatore Settis

Aggiornato il: 20 nov 2019


di Giacomo Cordova


Non sono veneziano, nemmeno veneto, ma se potessi mettermi nei panni di Marco Polo, sicuramente dinnanzi al Gran Khan non potrei che raccontare questa città con tutte le parole e coi toni di voce che essa merita. Come tutte le città, si è trasformata nel tempo, ma forse più di altre necessita di essere preservata nella bellezza, salvata, come comunità di persone che possano vivere bene e ricercare la felicità per sé e per il prossimo.


Venezia viene appassionatamente studiata e descritta Salvatore Settis, che ho avuto il piacere di incontrare più volte e di conoscere nel tempo.

Di origini calabresi, una vita da viaggiatore dedicata allo studio dell’archeologia e della storia dell’arte in giro per il mondo, dal Warburg Institute di Londra al Getty Research Institute di Los Angeles, ha diretto la Scuola Normale Superiore di Pisa e presiede il Consiglio Scientifico del Louvre. La saggistica di Salvatore Settis parte dagli studi storico-artistici e spazia attraverso il diritto e la sociologia, mettendoci a disposizione strumenti per la conoscenza ed esempi di etica.



Fra la corposa bibliografia dell’autore, del quale ho già letto e consiglio anche Futuro del ‘classico’(2004), Azione popolare (2012) e Il mondo salverà la bellezza? (2015), vorrei presentare due libri: un noto studio su una famosa quanto enigmatica opera d’arte veneta, e un pamphlet nel quale si parla dei problemi attualissimi che Venezia vive ogni giorno, con il rischio di scomparire tanto fisicamente, quanto a livello umano.


La «Tempesta» interpretata, Giorgione, i committenti, il soggetto, è una delle letture che più mi hanno avvicinato agli studi storico-artistici, rendendomi cosciente dell’infinità dei possibili metodi d’indagine. Si tratta del pittore di Castelfranco, il ben noto Giorgione, lo “Zorzi” conosciuto “più in quanto mito che come uomo”, come scriveva D’Annunzio. Per sua natura, non si tratterebbe di una lettura di piacere: si tratta infatti di un saggio storico-critico abbastanza impegnativo, ricco di rimandi a metodologie di analisi e di ricerca avanzate già per l’epoca nella quale fu scritto, e che ancora oggi risulta a tutti gli effetti come uno dei classici per la ricerca di nuovi metodi per la storia dell’arte. Le interpretazioni di quest’opera infatti sono numerose e diverse, nate sulla scorta di metodi d’indagine che hanno fatto la storia della letteratura artistica e della critica d’arte, fino ad oggi. Nel saggio di Settis, La Tempesta viene affiancata al dipinto I tre filosofi e alle sue esegesi, che vanno dalla religione alla filosofia e alla mistica fino ai misteri alchemici e magico-cabalistici ampiamente diffusi in quell’epoca. Numerosi confronti iconografici sono magistralmente inseriti su una linea temporale che parte da modelli precedenti, di pittura e di disegno come di scultura, dai quali il pittore potrebbe aver appreso e registrato nella propria memoria artistica diversi modelli, diretti come mediati. Già dall’immagine di copertina, emerge l’impostazione warburghiana con il riferimento ad un possibile pathosformel: l’archetipo si ripresenta in momenti e contesti differenti nel corso della storia e in particolare della produzione artistica. Si va dunque dai miniatori medievali al raffinato Gentile da Fabriano, passando dai marmi medievali di San Marco e del Duomo di Pisa, per presentare un elenco selezionato di artisti operanti nella Venezia rinascimentale: Giovan Francesco Caroto, Giovanni e Jacopo Bellini, Palma il Vecchio, Jacopo Bassano, Sebastiano Dal Piombo e ovviamente Tiziano, l’altra celebre figura di artista, sulla quale la critica tutt’ora si schiera per le attribuzioni di alcune opere, indecise fra lui e Giorgione. Il dibattito critico per l’interpretazione di quest’opera è ancora molto acceso, con numerose tesi che si sovrappongono l’una all’altra. C’è chi sostiene che La Tempesta non necessiti nemmeno di un’interpretazione… e invece, a quanto pare, nella pittura rinascimentale ogni quadro può presentarsi complesso e variegato proprio come una di quelle immancabili sfere armillari presenti nella miriade di tòpoi della sua intricata e labirintica matassa iconologica. Per questo serve almeno una guida, un punto di partenza, un metodo per intraprenderne il complesso e articolato percorso conoscitivo. E in questo caso, si parte dal classico.



Se Venezia muore… Sembra ormai più quasi come un’eventualità reale piuttosto che un’ipotesi. Venezia un tempo era il cuore pulsante di un vero e proprio impero: la Serenissima, la Dominante, Regina dell’Adriatico: una delle più potenti repubbliche marinare della nostra penisola. Attraverso oltre un millennio, che da tanto dura la sua storia, Venezia ha subito numerose crisi, come quelle in seguito alle epidemie di peste o alla decadenza in reazione all’apertura delle nuove rotte commerciali nell’Atlantico. Nonostante tutto, formidabile è stata la sua capacità di reinventarsi e di superare numerosi periodi bui, rimanendo sempre fedele a sé stessa e alla propria identità in ogni momento cruciale, mantenendo vivido il proprio ricordo fra i popoli, come una delle più grandi potenze europee del passato, quella che Robert Byron ricorda nella sua Via per l’Oxyana come la “porta di ogni Oriente”, per sempre nel cuore di Marco Polo nelle Città invisibili di Italo Calvino. Ma nonostante la Venezia dell’arte e della letteratura ci lasci un’eredità immensa, con tracce che vanno disseminandosi ben oltre gli attuali confini territoriali, quella di oggi rischia di perdere la memoria di sé, scomparendo lentamente, a cominciare ad esempio dai propri abitanti. La tirannia di un mercato senza scrupoli e la corsa dissennata del consumismo stanno infatti spopolando e cancellando a ritmi sempre più inquietanti l’originario e originale tessuto urbano insieme alla varietà multietnica e multiculturale di Venezia. Dagli spettacoli abominevoli delle “grandi navi” allo scandalo del progetto Mose, la Laguna è attualmente vittima di sempre nuovi e pressoché incontrollati sfruttamenti, stuprata da lucrose ma sterili politiche turistico-alberghiere di affaristi palazzinari assetati di facili guadagni. E invece, questa città che ha da sempre ispirato il mondo, è fonte inesauribile di risorse ben più importanti del cemento latitante e del feticismo di un denaro in molti casi sporco. Le vere, autentiche architetture di Venezia ci sono già: molte sono ormai vecchie di secoli, e meriterebbero di essere degnamente restaurate o soprattutto conservate; nessuno del resto può negare che Venezia stessa, con il suo dedalo intricatissimo di calli e canali intervallati da campi e campielli, sia uno fra i più autentici e ineguagliabili labirinti architettonici della storia. Ma soprattutto, è necessario che Venezia inizi ad essere considerata come qualcosa di ben più importante di un banale luna park, e si liberi degli infamanti fenomeni da Cargo cult che stanno portandola alla rovina, facendola cadere rovinosamente verso l’oblio di sè stessa. In questo libro emerge come Venezia sia un dizionario formato da migliaia di voci e relativi significati, “una macchina per pensare” che dovremmo conoscere al meglio, per poterla poi capire, e tenere a mente, conservando sempre viva l’antica memoria di un destino glorioso, dandole un senso compiuto, e soprattutto durata e atto; è questo infatti che dovrà forgiare nei suoi arsenali futuri: strumenti di vita, e di bellezza.




Infine, se non altro almeno per riportare alla memoria un caro ricordo di Venezia, mi piacerebbe trascrivere qui di seguito alcune domande da un'intervista che ebbi il piacere di fare al professor Settis nella primavera del 2015, in seguito all'inaugurazione della mostra "Portable Classic", alla Fondazione Prada di Venezia, presso Ca' Corner della Regina.    




• Questa sua ultima mostra sul Classico utilizza un lessico molto caratterizzato: ‘portable’ e ‘serial’ sono infatti aggettivi anglosassoni, seppur con una chiara etimologia latina, – notoriamente impiegati nel linguaggio industriale contemporaneo. Perché l’uso dell’Inglese per una mostra così originalmente Italiana?

S.: Per mio conto queste mostre non sono né italiane né inglesi: le avrei fatte tali e quali, se quello fosse stato il contesto, a New York o a Parigi. Ho scelto questi titoli perché leggeri, allusivi, suggestivi: con la speranza di incuriosire sia il pubblico più colto e specializzato sia un pubblico più ‘generalista’. Che, appunto, si domandi perché quei titoli, che cosa si cela dietro quelle formule. Non ho pensato, nell’adottarle, a linguaggio industriale, ma proprio a linguaggio storico-artistico: sulla serialità, ed esempio, c’è negli ultimi decenni una cospicua bibliografia specifica, di cui parlo nel mio saggio in catalogo.

• “ Ogni epoca, per trovare identità e forza, ha inventato un’idea diversa di “classico”. Così il “classico” riguarda quasi sempre non solo il passato ma il presente e una visione del futuro. Per dar forma al mondo di domani è necessario ripensare le nostre molteplici radici. ” Ho scelto questa frase, estrapolata dalla copertina del suo libro Futuro del “classico”, perché la ritengo molto significativa non solo per il nostro popolo, ma, come sostiene appunto lei, anche per il resto del mondo. É mai esistito ad oggi, o, se potesse mai esistere in un futuro, avrebbe senso, secondo lei, un classico “internazionale”? Perché?

S.: Se l’eroina di un fumetto di Miyazaki si chiama Nausicaa, una ragione c’è: ed è la predisposizione all’osmosi tra culture che caratterizza il nostro tempo. Non sto dicendo che vi sia una sola ‘classicità’, ma piuttosto che lo sguardo interculturale genera nuove formazioni, nuovi ibridi, nuove curiosità. Proprio per questo noi, dall’Europa occidentale, dobbiamo riconsiderare la cultura classica greca e romana come qualcosa che ci somiglia e ci appartiene, ma al tempo stesso ci elude e ci sfugge. La spola fra identità e diversità è una ginnastica della mente (e delle emozioni) che può allenarci alla curiosità e al rispetto per culture lontanissime dalla nostra. E’ quel che ha fatto Miyazaki prendendo da Omero un nome, una donna.

• “Rinascimento” è una parola dal significato di per sé molto ampio. In riferimento alla Cultura, esso assume forse il valore più ‘alto’ e ‘nobile’ del termine. Come potrebbe la nostra Nazione approcciarsi a ciò senza cadere in quelli che potrebbero diventare inutili e controproducenti complessi di superiorità?

S.: Bisogna ricordarsi che non c’è “rinascimento” senza decadenza: è l’alternarsi di morti e rinascite del classico che caratterizza la storia culturale europea. Se celebriamo il rinascimento come un trionfo, ne tradiamo lo spirito: la simmetria fra rinascimento e decadenza è una simmetria necessaria, a ogni rinascimento la decadenza si annida subito dietro l’angolo. E oggi, semmai, in Italia siamo in fase di decadenza (o quanto meno di ristagno), e non certo di rinascita culturale. La retorica facilona della “grande bellezza”, dell’Italia madre delle arti etc. etc. può solo far sorridere. O arrabbiare.

• É giusto secondo lei definire la Cultura una ‘risorsa’ piuttosto che un dono del Passato per vivere al meglio il Futuro che verrà?

S.: Non c’è differenza: il dono che la cultura dovrebbe farci è spingerci a pensare (anche le mostre servono solo a questo, quando servono: perciò le mostre senza un’idea sono da condannare). E come potremmo costruire un futuro degno di essere vissuto se non attraverso un’attenta riflessione? La storia, la cultura, l’arte sono “risorse”: se per risorse s’intende il serbatoio dei pensieri e delle suggestioni che viene dal passato, è da noi filtrato nel presente, e costruisce il futuro.



Grazie.

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