Jour de fête

di Paolo Veronese


Forse un César glie l’’avranno pur dato, alla bicicletta che come sagoma di cartone scorrazzava per le campagne con Jacques Tati – postino indefettibile –nel film Jour de fête.

Un posto da senatore, almeno lo meritava, quel cavallo imbizzarrito e senza freno.

Metallici snodi, un dinoccolato giovinotto e il suo mezzo, più contorto di un fachiro, assieme fusi e confusi, tira e molla di un balletto che in 75 di minutaggio porta al formarsi d’’un prestigio, sicché l’occhio segue a fatica i tempi, involto nel grigio della pellicola, scorgendo o no le minute gagdisseminate nel filo del montaggio: in decoupage lento (siamo nel ’’47 e così si usava, senza la frenesia da videoclip), inquadrature che sostano il tempo per essere sabitate dal vedere, un maneggiar le carte visibile e calibrato, eppure così sfuggente, nel perfetto orologio della lezione del comico.

Lui, l’’«omino» alto e baffuto, deferente e tonto, vittima prescelta dei giuochi di fanciulli e adulti; baffo d’’inchiostro, un petit ridicule che col suo indomo fil di ferro e gomme che scivola su declivi e giù nei fossi, saetta fra le vacche e compie pure un percorso in solitaria, perde costantemente il suo ‘possessore’ e poi se lo riprende, s’’inebria d’’America e corre come dannata, fa frenare il suo ciclista all’’americana, col sedere sulla ruota posteriore (anche lo Smilzo di Guareschi, frenava a tal modo); si picca d’’essere lepre in fuga davanti a una fila di professionisti del pedale (!). Il suo destino è il fosso, un canale sperduto in una remota, poetica e viva campagna; il ritorno sonnacchioso a scorta d’’un carro, una vecchina in parte al postino, sì in fondo c’’era anche lui, c’’era-non c’’era.



La morale, forse, qui: la vittoria della lentezza, sapienza che il tempo raccoglie tutte le molle saltate dalla frenesia di chi lo sfida, le posa infine sopra il fieno, coccola un po’’ nel procedere rintoccato dagli zoccoli che scalpicciano la via.

È fin troppo evidente che il personaggio velocipede contende la palma di protagonista al suo maldestro guidatore, che in effett non si sa se guidi davvero, intento com’’è a pigliar mosche: vedete? È lei la pimadonna, epifania d’una bici semiscassata e viva, se non ci avevate ancor pensato ve lo dico ora: è il perno di tutto, della giostra, degli attaccabrighe, dei giri di posta e di quartini, in virtù di un’’anima infusa, da Pigmalione stesso, colui che l’’accompagna per carrarecce e polvere, nlle bobine di un piccolo bellissimo film, esordio fulmineo dettato da grazia di tempi, da bianconero sfilato ed elegante, e un succedere di tutto come cucito da invisibili fili di nylon. Il suo creatore perderà poi la voce, così superflua laddove il tutto parla, nella personne di Monsieur Hulot. Diverrà, interamente, Tati.


*esiste pure una versione colorata d’autore, disponibile in dvd San Paolo




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