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Buzzati, al di là dei fumetti

di Paolo Veronese


«Lo pubblicherai tra vent’anni, quando non ci sarò più. Non è adatto a questi giorni! E se poi uscisse, metterei i critici in imbarazzo. Pertanto conservalo tu!», così Buzzati disse alla moglie Almerina, consegnandole il plico di un lavoro a cui s’era adoprato intensamente e con costanza e convinzione, e che non pareva trovare sbocco editoriale. Nonostante le lettere a Vittorio Sereni, con le indicazioni tecniche su possibili formati, carta e quant’altro – «si tratta di un lavoro complesso e che soprattutto non ammette rettifiche» - , qualche ingranaggio girò storto. Per la prima volta gli rifiutavano un libro.

La moglie, trasgredendo, si accordò col vecchio Arnoldo Mondadori e il libro poté essere pubblicato nel settembre 1969.

La previsione di Dino era destinata a concretizzarsi, con tutte quelle coincidenze che sembrano cooperare al cattivo esito di un’operazione. La presentazione ufficiale avviene in concomitanza con l’attentato in Piazza Fontana, che fatalmente concentra l’attenzione di critici e cronisti: anche l’amico Montanelli, introduttore all’evento dovette dare forfait e precipitarsi a Bologna. In seguito, se da un lato il volume ebbe successo nelle librerie, tanto da esaurire la prima stampa in una settimana, dal canto della critica vi fu quantomeno un’accoglienza confusa, con giudizi oscillanti.

Il punto era questo: cos’è l’ultimo libro di Buzzati, una mattata? A chi si rivolge, e chi lo dovrebbe recensire? Nelle redazioni vigeva lo sconcerto, tanto poteva all’epoca contare la letteratura, e l’apparato dei critici a ruota.

La contaminazione di un genere d’arte popolare come il fumetto, che la critica non sapeva ben collocare né valutare, e per di più compiuta da un autore serio e per così dire ‘reazionario’ (Bocca): era un oggetto così indefinibile. Così problematico. Carico di un erotismo allusivo e a tratti quasi sadomaso, che vibrava del libero maschilismo proprio dell’autore, esplicitati in una forma di cultura ‘bassa’. Il suo cuore messo a nudo.

Disse del Poema in un’intervista: «Si sfogheranno tutti, ahimé. Non ha più niente da inventare questo vecchio scrittore, sentenzieranno, e si è messo a fare giochi infantili. Ai critici letterari il libro sembrerà uno scantonamento, una fuga; i critici d’arte ne diranno peste e corna. Ma non importa. Capita nella vita di fare cose che piacciono senza riserve, cose che vengono su dai visceri.»

Dino faceva sul serio, come quando aveva scritto i suoi capolavori più noti, “Il deserto dei Tartari”, o “Un amore” (il suo libro più bello) che a sua volta aveva destato subbuglio nell’editoria. Era sorto «su dai visceri», non il divertissement di un sessantenne, ma una nuova forma della letteratura, una rivoluzione. La prima graphic novel, termine che vorrà dire qualcosa più o meno un ventennio dopo.

Il mondo del fumetto era caro a Buzzati, appassionato lettore della fucina talentuosa della produzione italiana, di Diabolik, Tex e compagni come pure dei Disney nostrani. «Colleghi ed amici, quando per caso vengono a sapere che io leggo volentieri le storie di Paperino, ridono di me, quasi fossi rimbambito», scrive.

La storia riprende in chiave pop la vicenda di Orfeo ed Euridice, qui Orfi, un giovane cantante rock ed Eura, nella discesa agli inferi da una porticina di un’immaginaria via Saterna posta nel centro di Milano.

Artista versatile e come diceva di sé, “pittore prestato alla letteratura”, realizzò le 208 tavole del libro

con tecnica e perizia la poesia è integrata nelle tavole, che si succedono in balzi stilistici notevoli, attuando cesure o forti iati tra una pagina e l’altra. Per la realizzazione delle grafiche si adopererà con fotografie, sovrapposizioni, e tecniche in voga nella factory della Pop Art; modelle e modelli, Almerina stessa diviene Eura.

Una folla di citazioni, che elenca in nota: Magritte, Dalí, Friedrich, Beltrame (la Domenica del Corriere), Murnau, per dirne alcuni; ma qua e là, non esplicito, scorgiamo un rimando a Picasso, a Man Ray, Escher. Si passa da erotismo a paesaggi desertificati, da sale impossibili a uno schizzo granulare. Chiude la breve lista Federico Fellini, per l’idea del treno d’Oltretomba a più piani (pp. 194-197), che anni prima aveva solleticato la fantasia dei due poeti visionari nel progetto di realizzare un film, “Il viaggio di G. Mastorna”, ispirato a un racconto del bellunese. Film che rischiò quasi d’essere realizzato, la cui suggestione nacque in nuce nel ’65 in occasione di ua visita nel salotto di Gustavo Rol, il celebre sensitivo torinese, di cui Buzzati scrisse a più riprese nel corso degli anni, sul Corriere e altrove. Il regista e lo scrittore condividevano un acceso interesse nei confronti dall’esoterismo e dalla magia, che del resto si riflettono strutturalmente nel loro operare artistico.

Buzzati non ha mai professato apertamente di credere in Dio, né di legarsi a una precisa visione religiosa o filosofica del metafisico; tuttavia presentiva la forza del mistero, del divino che permea ogni istante della vita, sia pure essa quotidiana sia pure essa cronaca.

“La cara morte”, questo in un primo tempo doveva essere il titolo, e questa è la morale che nel velame de li versi strani emerge, talora con vertiginosa bellezza, coniugata in semplice efficacia da immagini e parole: la morte ci deve essere cara quanto la vita, poiché essa, con il suo perpetuo incombere, è ciò che rende bella l’esperienza quotidiana. «La bellezza, la luce, il sale della vita…il dono sapiente del dio…

È ciò che si può trovare, per caso sfogliando il volume. Una bellezza viva.

Anch’io l’ho trovato per caso, (ma il caso non esiste) in una lettura-proiezione in un teatrino di Verona, il Poema a fumetti, ancora oggi pressoché sconosciuto e marginale, come tutta la poesia sua, pur sublime. Accantonata. Un po’ come capita a Buzzati stesso, che dalle aule resta fuori, laddove meriterebbe almeno lo spazio che danno, che so, a Calvino…

Aldilà resta Eura, fatalmente chiusa nel mito orfico.

Aldiqua resta la poesia.


P.V.




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